“Apatia dello spettatore”: di fronte all’emergenza sappiamo intervenire?

 

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Nel corso degli ultimi anni la cronaca nera ha messo sempre più in evidenza come omicidi e altre azioni dannose verso il prossimo vedano protagonista anche un terzo attore – che può essere una singola persona o addirittura una folla – che assiste senza intervenire e senza chiamare rinforzi, lasciando che la vittima rimanga in balia del suo destino.

Uno dei casi più recenti parla di una studentessa uccisa dal proprio fidanzato alle porte di Roma; prima di morire la ragazza riuscì a fuggire e a chiedere aiuto ma nessuno degli automobilisti passanti si è fermato a soccorrerla o ad accertarsi delle sue condizioni e di quanto fosse accaduto; se ciò fosse successo, probabilmente, si sarebbe potuta evitare la tragedia. Allo stesso modo, nel 1964, fu aggredita e uccisa vicino alla propria abitazione Kitty Genovese: anche in questa situazione ci furono parecchi testimoni – persone che sentirono le urla e richieste di aiuto – ma la polizia venne chiamata quando era ormai troppo tardi.

In seguito a questo episodio molti studi cercarono di comprendere i processi decisionali che portano ad aiutare o meno una persona e, nello specifico, quelli ritenuti responsabili dell’inibizione all’aiuto. John Latanè e Bibb Darley formularono la teoria denominata “apatia dello spettatore”, la quale si riferisce al fenomeno secondo cui gli individui non offrono nessun mezzo d’aiuto a una vittima quando sono presenti altre persone. La probabilità dell’aiuto è inversamente proporzionale al numero degli spettatori. Maggiore è il numero degli spettatori, minore è la probabilità che qualcuno si senta in dovere di aiutare.

Secondo gli studi fatti dai due psicologi, le ipotesi di questa teoria riguardano principalmente tre fattori:

  1. Diffusione di responsabilità: i soggetti prestano aiuto più facilmente quando sono soli piuttosto che quando sono in gruppo, poiché in quest’ultimo caso il singolo si sente meno coinvolto e tende a delegare ad altri il compito di intervenire;

  2. Ignoranza collettiva: legata all’ambiguità della situazione. Se le richieste di aiuto sono comprese senza dubbi, in genere c’è una pronta disponibilità ad intervenire, ma se non si capisce bene cosa sta succedendo (o è successo), vi è esitazione e indecisione che comporta passività;

  3. Timore della valutazione: la presenza di altri spettatori può creare timore di essere criticati o disapprovati per un’eventuale azione non appropriata o poco competente; in questo caso si parla di “inibizione del pubblico”.

Da questa analisi emerge chiaramente come la folla influisca sui tempi e sulle richieste di aiuto: più numerose sono le persone presenti più l’inibizione blocca gli interventi delle persone. Pur considerando la paura di una valutazione, perché non chiedere aiuto segnalando alle autorità quello che sta accadendo? Come possiamo insegnare alle generazioni future dei comportamenti che portino a valorizzare delle relazioni di aiuto?Per un concreto aiuto e per combattere l’indifferenza, è necessario valorizzare e promuovere quei sentimenti che portano all’empatia, all’altruismo e alla prosocialità.

In particolare, la prosocialità è l’insieme di quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne morali e materiali, favorisce o promuove il benessere di altri e aumenta la probabilità di generare reciprocità positiva di qualità e solidarietà nelle relazioni interpersonali o sociali.

Gli adulti, sia genitori che educatori, possono promuovere dei comportamenti che scoraggino l’indifferenza:

  • Valorizzando la condivisione fin dalla tenera età. La condivisione insegna al bambino che il mondo può offrire sempre qualcosa per lui nel caso viva momenti difficili e, d’altro canto, egli imparerà a valorizzare la sua generosità in ogni occasione futura;

  • Insegnando ad aiutare chi è in difficoltà, cercando di far capire che semplici atti di gentilezza servono principalmente ad alleviare i momenti di angoscia di una persona che necessita di aiuto;

  • ­Stimolando la cooperazione, lavorando insieme per un obbiettivo comune. Grazie alla cooperazione i bambini imparano a stare insieme per un fine che è il bene di tutti.

«Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza, il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza. È contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze. E per farlo un’arma esiste: l’educazione. Bisogna praticarla, diffonderla, condividerla, esercitarla sempre e dovunque» [Elie Wiesel]

Fondamentale è un sano sviluppo della personalità, che dipende principalmente dalle interazioni che l’individuo stabilisce con l’ambiente esterno nel corso della sua evoluzione. Il comportamento della famiglia e delle figure di riferimento deve essere un modello positivo, perché il bambino, crescendo, tenderà ad imitare quello che gli è stato mostrato. Sin dalla più tenera età non bisognerebbe mai smettere di insegnare a condividere e aiutare, incoraggiare al gioco e allo stare in gruppo: ciò, infatti, permette al bambino di crescere con un senso più sviluppato di condivisione e cooperazione, affinché egli non si arrenda a quei comportamenti che portano all’indifferenza.

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Info

Bibliografia

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Mantovani, G., (2007), Manuale di psicologia sociale, Giunti.

Sitografia

Comportamento prosociale, in : www.psicosocial.it.

Quando l’indifferenza prevale: l’effetto spettatore, in : www.aulalettere.scuola.zanichelli.it

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