Storia di una panchina

Nuove, vecchie o abbandonate, logorate dal caldo o tempestate dall’inverno, in balia di molti o per alcuni “compagna”; in queste poche righe si vuole raccontare la storia di una settimana di vita di una panchina; la scelta di questo arco temporale è del tutto arbitraria e va da un lunedì all’altro. Perché? Per la sua capacità di mimetizzarsi con il contesto urbano contribuendo a trattenere e/o intrattenere quei legami umani che possono essere sia individuali che sociali. 

La Panca (o panchina) è quell’elemento comunemente riconosciuto che fa parte dell’odierno arredo urbano e principalmente adibito ad ospitare la seduta dei suoi utenti, inoltre, è quel progetto-oggetto che, a seguito di un processo di attribuzione di un valore simbolico (più o meno legato ai valori d’uso, storici e culturali degli stessi utenti), è connesso al vissuto sociale e alle relazioni umane) [cfr. Cellamare, 2011]

È possibile vedere in una panchina un ruolo istituzionale?

A partire dal XV secolo uno dei ruoli che ricopriva questo arredo urbano è stato quello di sottolineare il prestigio della famiglia nobiliare la quale, ponendo ai margini del proprio palazzo la cosiddetta «panca di via» [cfr. Vannucci, 1995], non solo poteva proteggere da eventuali urti, ma soprattutto permetteva ai passanti di riposare. Oggi, invece, il  testimone è passato alle istituzioni in senso lato, come lo Stato, il quale non solo è il principale conduttore di norme, valori, idee e modi di fare, ma anche architetto di un’estetica urbana mirata al decoro e all’abbellimento (nonché funzionale) dello spazio; per di più, egli è il produttore stesso dell’oggetto in esame e collaboratore al miglioramento della qualità di vita urbana, economica e sociale in quanto detentore della facoltà di controllo verso preferenze e attività politicamente determinate [cfr. Hannerz, 1992].

Esempio critico di quanto detto è quello di considerare la forma non specifica dell’oggetto, quale è la panchina. Secondo la normativa vigente UNI 11306:2009, dedicata agli elementi dell’arredo urbano, non viene posta alcuna differenza fra forme e materiali, bensì vuole assicurare sicurezza e congenialità a questo “oggetto indipendente”, poiché soggetto alle più svariate fruizioni. Come se, in essa, si volesse riconoscere quella capacità in grado di permettere all’uomo di contemplare il mondo, dalla quale «si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo» [Sebaste, 2018:153], inoltre, le panchine «non sono altro che i luoghi in cui abita la gente» [Ivi:165] e la forma esclusivamente dipendente all’anatomia umana e comunicativa, in tal modo, mai dovrà essere limitata da ostacoli meccanici durante la seduta. 

Questo oggetto, «silenzioso e implicito» [cfr. Miller, 2013], essendo in costante interazione con l’uomo, permetterebbe allo stesso di raggiungere la consapevolezza di sé proprio perché consapevole che esiste qualcosa fuori di sé, il cui culmine sarà quello di riconoscere «l’esistenza del lavoro umano, che trasforma la natura in oggetti e crea lo specchio nel quale possiamo finalmente riconoscerci e arrivare a capire chi siamo» [Ivi:55]; in tal modo, l’individuo potrà partecipare al processo di costruzione dell’oggetto sia a livello lavorativo che culturale, ovvero abitandolo. Anzi, dinanzi alle forme di controllo delle istituzioni, delle quali il soggetto è perfettamente conscio (quali norme, divieti e sanzioni), si viene a formare una vera e propria forma di cultura di resistenza (oppure alternativa, conflittuale o antagonista), che reinventa con usi non previsti l’oggetto progettato dall’Alto (dove per “Alto” si vuol fare riferimento allo Stato, oppure ai di lui organi amministrativi).

Questa capacità di riformulare e/o reinventare, in sostanza, è dovuta sia alla partecipazione attiva del soggetto, che della panchina stessa, la quale – utilizzando la riflessione dello studioso di Miller sul termine inglese accomodation (col quale fa riferimento alle abitazioni, ma che ben si presta ad un aggettivo frattale del contesto urbano, quale la tale panchina) – è dotata essa stessa di una propria capacità di agency e di conseguenza ha la capacità di poter agire sui soggetti [ibidem]; ciononostante «i soggetti hanno la possibilità di trattare, confermare o rifiutare l’agency stessa degli oggetti» [Ivi:88], trasformando non solo l’oggetto e tutto ciò che lo circonda, ma anche, e soprattutto, sé stesso e le logiche che coordinano la cultura.

In che modo avverrebbe la trasformazione di significato dell’oggetto e dell’utente?

Attraverso quello che William Morris definisce come “lavoro simbolico”, il quale consiste «nell’applicazione di capacità umane a risorse simboliche e materiali grezzi» (ad esempio segni e simboli, il linguaggio ereditato, testi, canzoni, film) ed è, continua, per «mezzo di essi, su di essi e grazie ad essi che gli esseri umani producono significati». [Morris, in Mora, 2005:268] 

Un elemento fondamentale dal lavoro di Morris è la “creatività simbolica”, cioè l’essenza in comune di tutte quelle pratiche di comunicazione verbale e para-verbale con cui l’uomo interagisce, nonché responsabile della «produzione di nuovi significati intrinsecamente attribuiti ai sentimenti, all’energia, all’emozione e al movimento psichico» [Ivi:269].

Come detto inizialmente, una peculiarità interessante dell’oggetto in questione, oltre al fatto di interagire con gli utenti che lo circumnavigano, è la capacità di creare legami (o al contrario rompere, spezzare), o perfino trasformarli; particolarità che è fortemente legata al suo contesto ambientale. Presa la panchina in sé, essa, benché percepita nella piena essenza creativa e lavorativa dell’uomo e la supervisione progettuale da parte delle istituzioni, non è altro che un pezzo di marmo (ma anche di ferro o legno); ciò ben si presta all’idea secondo cui acquisirebbe significato attraverso l’interrelazione, in questo caso, con la sua utenza, il pubblico. Il soggetto, o meglio, il pubblico intero, viene interposto tra due differenti piani, quello istituzionale e quello privato; rispettivamente, tra quello codificato dallo stato e quello che entra in un processo di pura e semplice appropriazione [cfr. Appadurai, 2012].

Seppur il pubblico viene a frapporsi tra questi due piani, non è detto che la sua specificità ponga un limes fra gli stessi, anzi, è piuttosto un ponte, un punto di contatto che contribuisce a superare la cesura fra ciò che è (progetto) e ciò che viene ad essere (significato). 

Da una parte, quindi, lo Stato impone e oppone alla sua assenza norme civiche e sanzioni, apprese inconsapevolmente dagli utenti sin da bambini interagendo con gli oggetti stessi (andando a formare quello che Bourdieu definisce come «habitus»), esse sono calibrate ponendo attenzione alle relazioni sociali e all’imposizione di un modello di vita funzionale al potere politico (nonché culturale) [cfr. Cellamare, 2011]; dall’altra, invece, l’utente, il cittadino, più generalmente il pubblico, si contrappone alle istituzioni appropriandosi del locus (ovvero un preciso spazio fisico e giuridico) e, in particolar modo, dell’oggetto attraverso una relazione vissuta, fatta di movimento, socialità, messa in comune e interazioni sia con i soggetti locali che con le istituzioni [ibidem], ecc. L’attrito che si viene a creare tra di essi pone tra gli obiettivi l’imposizione di un proprio modello che regoli la convivenza tra, la decenza con, infine, l’estetica dell’oggetto, generando un contrasto tra regole civiche e non-scritte, le stesse che minerebbero l’idea di civitas (realtà nata da un processo di esclusione silente) e contro le quali il semplice ammonimento e sanzione annessa non basterebbero più, anzi, la soluzione si troverebbe a partire dalla fase di progetto.

Qui si realizza quel paradosso che vede in campo il dispiego di forze atte all’acquisizione di potere riconosciuto, ovvero semiotico, giocate da un produttore che, potendo determinare il tipo di cultura dominante, determinerebbe esso stesso una cultura altrettanto alternativa, conflittuale e antagonista a quella del pubblico; allo stesso modo di come è stato precisato precedentemente attraverso forme di resistenza dello stesso.[cfr. Fiske, 1985]

Però, mentre il pubblico è attivo e cosciente della sua presenza (soprattutto fisica, materiale) e agisce in ampie frazioni di luogo e tempo, le istituzioni non possono che agire in brevissimi intervalli; primo fra tutti quello nella fase di progetto. A conferma di ciò, si potrebbe accennare al concorso annuale Panca d’autore: evento che abbraccia il tema dell’innovazione sul progetto della seduta futura, con l’obiettivo di trasformare la seduta in una scultura dinamica, armonica e che si adatti alle nuove posture e al modo in cui si interagisce con il mondo. Altra considerazione sulla funzione istituzionale di questo arredo, è quella sull’ «unpleasent design» [cfr. Savicic, Savic, 2013]: una particolare progettazione urbanistica con lo scopo di controllare e scoraggiare alcuni comportamenti, specialmente quelli ritenuti antisociali. Poiché questo particolare arredo può essere (ri)pensato come in contrasto con la stessa normativa UNI precedentemente affrontata, esso impedirebbe ogni forma o capacità espressiva che dialoga fra oggetto e pubblico e veicolo per la costruzione di un “atollo democratico”. 

Quanto detto potrebbe descrivere delle coordinate per collocarsi sul filo di un orizzonte teorico, se non ideale, relativo alle capacità dialogiche dell’oggetto-panchina. Esso potrebbe essere considerato come un intermediario che contribuisce a creare, rafforzare o indebolire relazioni umane, proprio attraverso quei meccanismi di policy istituzionale e pubblica messi sopra in evidenza. Si potrebbe, così, (ri)pensare questo oggetto come un soggetto che cerca di appropriarsi di una sua identità sia tramite i legami umani da lui intrattenuti, che attraverso quella fase di progettazione (appartenente alle istituzioni) che vorrebbe regolamentare e controllare i suoi connotati secondo un’immagine estetica quanto più accettabile e culturalmente condivisa. Tuttavia, bisognerebbe tenere conto delle resistenze sociali e culturali provenienti dal popolo, il pubblico, che si muove e si appropria dell’intero assemblage urbano come fosse edera.

Damiano Pro

Bibliografia

Appadurai A., Modernità in polvere, Raffaello Cortina, Milano, 2012

Bourdieu P., Per una teoria della pratica. Con tre studi di etnologia cabila, Raffaello Cortina, Milano, 2003

Fiske J., “Popularity & Ideology: A Structuralist Reading of Dr Who”, in Rowlands W.D. e Watkins B. (a cura di), Interpreting Television: Current Research, Perspectives, Vol. 12, London, 1985

Hannerz H., Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Il Mulino, Bologna, 1992

Hegel, G., La fenomenologia dello spirito, Einaudi, Roma, 2014

Miller D., Per un’antropologia delle cose, Ledizioni, Milano, 2013

Mora E., Gli attrezzi per vivere. Forme della produzione culturale tra industria e vita quotidiana, Vita e Pensiero, Milano, 2005 

 Savici S., Savicic G., Unpleasant Design, G.L.O.R.I.A, Belgrado, 2013

Sebaste B.Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Laterza, Bari, 2018

Vannucci M., Splendidi palazzi di Firenze, Le Lettere, Firenze, 1995

Sitografia

http://store.uni.com/catalogo/uni-11306-2009

Fiandaca R., “Architettura ostile, quando la guerra ai poveri passa per arredo urbano”- Elledecor(29/10/18): https://www.elledecor.com/it/architettura/a24273594/architettura-ostile-unpleasant-design/

http://www.dibiasemarmi.it/pancadautore/

Tacca F., “Il valzer delle panchine… a norma”- Ente italiano di normazione(27/08/10): https://www.uni.com/index.php?option=com_content&view=article&id=576%3Ail-valzer-delle-panchinea-norma

www.professionearchitetto.it

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