Il bello degli altri: quando l’Antropologia incontra l’arte

 

“Non importa quanto sia naturale un popolo, o quanto drammatica la sua situazione: nessuno vive una vita elementare, diretta ed immediata. La gente ovunque crea modelli e recepisce modelli, vive in mondi simbolici, frutto delle loro creazioni” – Edmund Carpenter

Le manifestazioni artistiche che l’uomo produce da sempre e in tutte le culture costituiscono un campo nodale per l’antropologia, utile per comprendere maggiormente la dimensione umana e le modalità attraverso cui le società danno forma alle loro esperienze sul mondo.

Cosa si intende esattamente quando si parla di Arte Indigena?

Le definizioni sono svariate ed anche la terminologia nel tempo è cambiata: dall’utilizzo dell’espressione “Arte Primitiva”, nata nel contesto delle teorie evoluzionistiche ottocentesche e che fa riferimento ad una concezione di cultura semplice e non evoluta, più recentemente si è preferito parlare di “Arte Indigena”, locuzione che supera la visione colonialista e che considera oggetti e manufatti non come artefatti da esporre nei “gabinetti delle curiosità” (dal tedesco wunderkammer, luoghi in cui si conservavano oggetti particolari e non comuni), ma come vere e proprie forme artistiche.

L’arte, non meno di altre manifestazioni della vita culturale dei popoli nativi, è sempre stata raccontata, e spiegata, dal punto di vista dei conquistatori. Se l’idea di indigeno oscillava dall’immagine del “barbaro cannibale” a quella del “buon selvaggio”, allo stesso modo l’arte prodotta dai nativi aderiva alle due suddette concezioni: in alcuni casi, pertanto, i manufatti rispecchiavano la natura rozza e selvaggia del primitivo incivile (malevolenza, superstizione, sessualità sfrenata), in altri casi, riflettevano l’immagine di uomo innocente e non corrotto che realizza oggetti banali ed elementari, perché diretta e semplice è la sua vita.

Citando la storica dell’arte Judith Zilczer: «Per gli artisti e i critici che trovano pregi nell’ingenuità dell’arte dei bambini, i neri africani rappresentano l’infanzia culturale dell’umanità» [Price, 1992:48]. E’ evidente che l’etnocentrismo, con la sua tendenza a giudicare altre culture avendo come punto di riferimento i valori propri, ha svolto un ruolo cruciale nella creazione di uno stereotipo alterato di uomini e forme d’arte così diversi dai canoni europei (per i quali era stata stabilita una validità universale). Decontestualizzando gli oggetti esotici, il fine era quello di dimostrare che tali culture erano ancora ad uno stadio pregresso rispetto al grado di civiltà raggiunto dalla cultura del Vecchio Mondo.

L’estetica, come disciplina filosofica, ha rappresentato il motore di questa riflessione stereotipante sull’arte non occidentale.

Nata nel Settecento, in piena epoca moderna, l’estetica si occupa della trattazione di ciò che è percepito come bello. I suoi parametri del gusto, rigidamente occidentali, sono stati per molto tempo la lente attraverso la quale si formulavano definizioni dell’Arte Indigena aderenti ad una visione dicotomica: “noi/loro”, “moderno/primitivo”. Nella visione primitivista, l’Arte Indigena non avrebbe neppure una storia dell’arte: inerme, non permeabile alle influenze esterne, non risente neppure di divisioni interne. Di conseguenza, non si registrano evoluzioni nello stile (cfr. Caoci, 2008).

Una concezione, attualmente, del tutto superata, dimostrata dal fatto che le società presentano, al contrario, una forte propensione al cambiamento e una grande capacità di reinventarsi, coniugando tradizione ed innovazione. L’antropologo Adriano Favole l’ha definita «creatività culturale» (cfr. Favole in Aria e Paini, 2014: 109), spazzando via un’idea di popoli intesi come soggetti passivi della storia.

Oggi l’Antropologia Estetica (il cui oggetto di studio non è solo l’arte, ma anche la musica, la danza, gli stili narrativi, ecc.) si configura come disciplina che rifiuta le analisi e il giudizio basati sul gusto occidentale, e sottolinea, invece, la necessità di inserire l’arte nel contesto sociale della sua produzione. Ciò che conta sono, quindi, i significati e le idee contenute nell’opera.

Ci si potrebbe, a questo punto, chiedere: per ogni cultura, qual è il concetto di estetica? Cos’è per altri popoli la bellezza? E andando oltre, mettere in discussione il nostro punto di vista, ripensare al nostro stesso concetto di estetica, così da non dover dare per scontati ed assodati i nostri assunti e le nostre teorie.

 

Maria Silvia Possidente

Info

 

 

 

Bibliografia

Bourdieu, P., La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, Il Mulino, 2001

Caoci, A., (a cura di), Antropologia Estetica e Arte. Antologia di scritti, Milano, Franco Angeli, 2008

Fabietti, U. e Remotti, F., Dizionario di Antropologia, Bologna, Zanichelli, 1997

Favole, A., “Entangled Object, Entangles People. Etnografia di un oggetto condiviso”. In Aria, M. e Paini, A. (a cura di), La densità delle cose. Oggetti ambasciatori tra Oceania e Europa, Pisa, Pacini Editore, 2014

Price, S., I primitivi traditi. L’arte dei selvaggi e la presunzione occidentale, Torino, Einaudi, 1992

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