“Prendere parola”: la nostra voce ha davvero un valore?

Quando sentiamo di non poterci esprimere pienamente, di non essere ascoltati o di non avere voce in capitolo su alcune questioni, possiamo sperimentare sensazioni di impotenza, frustrazione ed incomunicabilità. Gruppi minoritari (come i gruppi femministi o i movimenti di “self advocacy” e molti altri ancora), lottano quotidianamente per autorappresentarsi e autodeterminarsi: per rivendicare diritti e incidere a livello culturale, sociale, politico e giuridico.

Per questi gruppi, prendere parola, può significare:

  1. acquisire potere sulle proprie vite;
  2. non lasciare che altri parlino al loro posto; 
  3. non lasciare che altri prendano decisioni condannandoli a subirle passivamente, senza consultarli, coinvolgerli e permettere loro una reale partecipazione.

Il rapporto tra educazione e “presa di parola” può essere di interesse pedagogico per vari aspetti, ad esempio, in riferimento alla relazione d’aiuto: inavvertitamente, anche i professionisti potrebbero limitarsi a «chiedere per sapere, dire per spiegare e ascoltare per capire cosa fare», illudendosi di aver instaurato un vero dialogo, cadendo piuttosto nella trappola di quella che possiamo definire “retorica della partecipazione” (Reggio, 2017, p.80). Specialmente nei momenti di supervisione, quindi, è possibile avvertire l’esigenza di riflettere sul proprio agire educativo, per evitare il rischio di “sostituirsi” agli utenti; questo infatti significherebbe contraddire, ma anche indebolire e snaturare il lavoro di empowerment2, riducendo così gli spazi di responsabilità e libertà delle persone con cui – ma non “su cui” – si vuole lavorare.

Lo stesso rapporto di potere (tra educazione, presa di parola e narrazione), può essere indagato nella prospettiva della pedagogia sociale, allargando la riflessione alla relazione tra singoli, gruppi e società. 

D. Demetrio, D. Dolci e P. Freire e il loro contributo alla riflessione

  • Danilo Dolci, educatore e poeta particolarmente noto per la rivoluzione nonviolenta, vedeva una stretta connessione tra il desiderio di comunicare, l’amore per la vita e la liberazione di ognuno (Dolci, 1996).
  • Dolci e Freire (educatore brasiliano, padre della pedagogia degli oppressi), sono stati grandi “educatori politici” capaci di rivolgere una radicale attenzione alla parola degli ultimi, dei “senza voce”, oppressi all’interno di una “cultura del silenzio” (Reggio, 2017).

Il loro lavoro è da leggere nell’ottica di un’educazione maieutica, dialogica, in cui alle parole seguono sempre anche le azioni concrete. 

Sayad (sociologo algerino), coniando l’espressione “doppia assenza”, è riuscito a sua volta a  descrivere la condizione degli emigrati-immigrati «solo parzialmente assenti là dove assenti» (dalla famiglia, dal villaggio, dal Paese di provenienza), ma al contempo «non totalmente presenti là dove presenti» (Sayad, 2002, p.193), per via delle molte forme di esclusione di cui si è vittime nel Paese di arrivo.

Non essere alfabetizzati, non possedere la parola, non capire e non riuscire a farsi capire, può produrre sudditanza ed esclusione sociale (Reggio, 2017). L’educazione impegnata a raccontare la complessità di chi vive ai margini, desidera invece “farsi presenza” e così, rompere un silenzio capace di causare invisibilità e “inesistenza sociale”

Citando ancora una volta Demetrio (Demetrio, 1999), narrare ed educare sono risorse cui difficilmente potremmo rinunciare; sono “tensioni generative” che accendono la vita con nuovi inizi, rivitalizzano le energie e fanno ri-affezionare alla vita.

Similmente, Freire definì “generatrici” quelle parole calde e cariche di significato, (preziose per l’educatore pronto a raccoglierle all’interno delle narrazioni); si tratta di quelle parole capaci di far trasparire vissuti, emozioni e sentimenti, potenzialmente in grado di provocare reazioni e cambiamenti, suscitare idee e opinioni ed ispirare azioni (Reggio, 2017, p.88).

Perché abbiamo bisogno dell’educatore “autobiografico”?

 Spesso «l’educazione ha riscoperto se stessa manifestandosi in forme narrative, così come la narrazione si è riscoperta dotata di qualità educative» (Demetrio, 1999, p.14).

Mediante il lavoro sulle parole e la narrazione, l’educatore si assumerebbe il compito di liberare il pensiero, ri-discutere premesse e certezze riproponendo criticamente «i grandi temi esistenziali» (Demetrio, 1999, p.30). Sebbene a volte le parole possano avere un peso effimero, dando vita solo a “rumor” e luoghi comuni, altre volte, risultano talmente innovative da cambiare la realtà, o quantomeno il modo di intenderla.

Facilitando le narrazioni, “l’educatore autobiografico” si farebbe «custode di esperienze (…) stimolatore di vicende, chiarificatore di storie, co-interprete e co-attributore di senso» (Demetrio, 1999, p.106). Dunque, appare come un importante compito educativo quello di “dar voce” – intenzionalmente – a chi fatica ad averla4,affinché le storie e le testimonianze della gente (anche le più ordinarie) non vadano “sprecate”. 

Secondo la prospettiva pedagogica autobiografica, infatti, la vita appare come un racconto in potenza; un intreccio di storie possibili, che diventano accessibili, quando narrate.

Il senso di tale sforzo, allora, potrebbe risiedere nel tentativo di rendere le storie nuovamente presenti al mondo e ancora vivibili per i protagonisti. Non si tratta solo di assumersi la responsabilità di raccontare la vita di coloro che non possono farlo, ma soprattutto di aiutare a raccontarsi nuovamente in prima persona, a prendere parola come gesto di emancipazione e rinascita (Demetrio, 2012). Per «restituire al singolo la sua storia» (Demetrio, 2012, p.87), il protagonista andrebbe aiutato a prendere consapevolezza del valore e del fascino della sua stessa biografia e del proprio diritto a raccontarla, nella speranza che qualcuno avverta il bisogno corrispondente, ovvero quello di ascoltarle. 

L’esperienza sul campo di Radio Ghetto

 Grazie a volontari e attivisti, il progetto di “Radio Ghetto, nato nel 2012 su impulso della Rete “campagne in lotta”, mira a dar voce alle comunità e ai braccianti del ghetto foggiano. Questi ultimi sono spesso ridotti al silenzio, nonostante il plurilinguismo e la ricchezza dei loro vissuti, ma attraverso lo strumento della radio partecipata possono quantomeno scegliere di parlare ad un microfono: parlare della quotidianità e delle condizioni di vita e lavoro, rispondendo alle domande di un volontario che li intervista o interagendo con qualche ascoltatore che decide di mettersi in contatto. 

In tal modo, ha preso vita uno spazio dove condividere, arrabbiarsi, ridere e scherzare, cantare e fare rap, o ancora, raccontare coraggiosamente il proprio viaggio migratorio e i propri sogni, per uscire dall’isolamento e inaugurare nuove comunicazioni. In sintesi, si tratterebbe di uno dei progetti che possono aspirare a prendersi cura delle storie di ognuno, con la consapevolezza che, per dirla con Dolci (Dolci, 1997, p.61), «siamo tutti sfidati a diventare autori».

 

Cinzia Perrotta

Info

 

 

 

Il termine “self-advocacy” è traducibile come “auto-rappresentanza”.

2  Il termine “empowerment”, in pedagogia e psicologia sociale, indica il processo di riconquista della consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e del proprio agire. 

Ogni parola – detta/scritta, vecchia/nuova – non è mai “soltanto una parola”: può essere la sintesi di mentalità ricevute in eredità, plasmate dalle scoperte individuali – anche geniali – di ognuno (Demetrio, 1999).

Ad esempio a chi non è ancora considerato abbastanza adulto per farlo, o al contrario ormai troppo vecchio, ovvero bambini e persone anziane, o altre persone in condizioni di vulnerabilità.

Bibliografia

DANILO D., (1996), La struttura maieutica e l’evolverci, La nuova Italia.

DANILO D., (1997), Comunicare, legge della vita, La nuova Italia.

DEMETRIO D., (2012), Educare è narrare: le teorie, le pratiche, la cura, Mimesis.

DEMETRIO D., (1999), L’Educatore auto(bio)grafico: il metodo delle storie di vita nelle relazioni di aiuto, Edizioni Unicopli.

FREIRE P., (2011), La pedagogia degli oppressi, Torino, Edizioni Gruppo Abele.

REGGIO P., (2017), Reinventare Freire: lavorare nel sociale con i temi generatori, Franco Angeli.

SAYAD A., (2002), La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Cortina Raffaello.

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