3 strategie educative per gestire le “emozioni negative” dei bambini

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Immagine realizzata da Martina Lofrinch

Genitori e insegnanti, nonostante siano in costante relazione con i bambini, a volte tendono a dare poco peso al loro mondo interiore; eppure lo sviluppo emotivo dei bambini va di pari passo con quello intellettivo, al punto tale che l’apprendimento è strettamente connesso alla componente emotiva.

Metodologie educative come l’allenamento emotivo (cfr. Gottman,1997) che mira ad allenare le competenze emotive nei bambini e adulti, l’alfabetizzazione emotiva (cfr. Kindlon, Thompson,2000) che mira a saper riconoscere e ad “alfabetizzare” le proprie emozioni e l’educazione razionale-emotiva (cfr. Di Pietro,1992) che mira alla gestione dei propri stati emotivi irrazionali, quindi, favoriscono questo: il riconoscimento e la gestione positiva del mondo emotivo nei più piccoli.

Queste metodologie educative permettono, inoltre, di far capire quanto quelle emozioni considerate spesso negative, come la rabbia e la tristezza, non vadano represse, ma espresse nel modo giusto.

Aiutare il bambino a comprendere e gestire consapevolmente le proprie emozioni è compito dell’educatore che può progettare delle attività costruttive che mirano proprio allo sviluppo di queste competenze emotive.

Di seguito sono elencati tre punti d’intervento che si possono mettere in pratica in tutte le occasioni per far fronte e gestire le emozioni “negative” come rabbia e tristezza nei bambini in un’ottica pedagogica.

  1.  Aiutare il bambino a sentirsi sicuro ascoltandolo e non giudicandolo per ciò che sta provando. Sembra ovvio, ma    molti bambini, spesso anche in famiglia, non si sentono davvero liberi di potersi esprimere. Spesso e volentieri i genitori anche  inconsapevolmente tendono a reprimere le emozioni negative dei bambini distraendoli o peggio facendoli sentire in colpa, con  frasi come: ”non piangere perchè altrimenti mamma diventa triste”.
    La mancanza di empatia nelle figure genitoriali/adulti di riferimento determina non solo uno scarso senso di autostima nel  bambino ma ha anche implicazioni sul piano cognitivo e sulle sue competenze sociali ed emotive. (cfr. Kindlon, Thompson, 2000).  Se l’adulto per primo non crede in lui, chi altri potrà farlo?
  2.  Allenare il bambino a comprendere le proprie emozioni. E’ importante che i bambini si rendano conto e riescano a dare un nome alle emozioni che stanno provando in un determinato momento. La metodologia educativa dell’allenamento emotivo (cfr. Gottman, 1997) è sicuramente utile per risolvere il problema: attraverso, per esempio, attività in cui si propone al bambino di disegnare una situazione in cui si sente triste e una in cui si sente arrabbiato lo si può aiutare a comprendere meglio l’emozione che sta provando in quel momento, dandogli un nome, e a cogliere il confine che esiste tra rabbia e tristezza. Questo perchè molti bambini non comprendono il confine netto tra la rabbia e la tristezza e queste attività sono importanti per aiutarli a collocare l’emozione con stato d’animo che provano in quel momento (Ibidem).
  3.  Saper gestire le proprie emozioni in modo costruttivo per allenare il bambino a fare altrettanto. Secondo la psico-pedagogia contemporanea, pensieri ritenuti “catastrofici e irrazionali” (cfr. Ellis, 1962) sarebbero alla base delle nostre reazioni emotive irrazionali (ad esempio, “capricci” al supermercato per questo o quel giocattolo, crisi isteriche se non si ottiene ciò che si vuole e molti altri episodi di questo tipo). Come intervenire dunque? E’ molto importante, per insegnare ai bambini ad abbandonare pensieri catastrofizzanti, essere i primi, in veste di educatori a farlo, poichè i bambini, come affermò a suo tempo Maria Montessori, sono come “spugne” e assorbono i nostri comportamenti più che le nostre parole.

Per facilitare questo processo, si possono utilizzare le tecniche dell’educazione razionale-emotiva (cfr. Di Pietro,1992) che prevedono esercizi per “pensare in maniera differente”; l’obiettivo è quello di insegnare ai bambini a sostituire i pensieri irrazionali con pensieri più razionali. Ad esempio: “E’ orribile tutto questo!” dovrà essere sostituito con “Sì, non è il massimo che poteva succedere, ma sicuramente sopravvivrò”.
Allenando i bambini a questo modus operandi, con esercizio e impegno, le cose saranno più facili a patto che gli educatori siamo i primi a seguire questa tipologia di ragionamento.

L’esempio dell’educatore, l’ascolto attivo, l’esercizio e l’allenamento emotivo sono quindi i punti focali su cui bisogna puntare per aiutare i bambini a gestire e comprendere le proprie (ed altrui) emozioni.

Perché imparare ad essere adulti “emotivamente intelligenti” (cfr. Goleman, 1996) è la chiave per saper comprendere ed educare la vita emotiva dei più piccoli.

                                                                     Ylenia ParmaFOTO YLENIA

Info

 

 

 

Bibliografia

Di Pietro, M. (1992) L’Educazione Razionale Emotiva. Erikson,Trento

Ellis, A. (1962) Reason and Emotion in Psychotherapy. New York: Stuart

Goleman, D. (1996) Intelligenza Emotiva. Rizzoli, Milano

Gottman, J. (1997) Intelligenza Emotiva per un figlio. Rizzoli, Milano

Kindlon, D., Thompson, M. (2000) Intelligenza Emotiva per un bambino che diventerà uomo. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

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