Psicologia del Terrorismo: quali sono i fattori psicologici coinvolti nella radicalizzazione?

 

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Il fenomeno del terrorismo non è certo un’esclusiva dei tempi attuali, ma appare in vari periodi della storia dell’uomo, assumendo sempre forme diverse e particolareggiate. Nelle sue manifestazioni contemporanee, il terrorismo costituisce una minaccia particolarmente grave per la società civile, poiché si caratterizza di attacchi indiscriminati contro il maggior numero di vittime civili con l’impiego di attacchi suicidi. Il suo appello a milioni di aderenti, la capacità di diffondere il suo messaggio a livello globale, la preoccupazione per l’utilizzo delle armi di distruzione di massa e gli attacchi lanciati nei grandi centri come New York, Madrid, Londra e Parigi, rendono la sconfitta del terrorismo una delle più grandi sfide che l’uomo moderno dovrà affrontare da qui ai prossimi decenni. Ma in cosa consiste il fenomeno del terrorismo? Quali sono i processi psicologici che stanno alla base della mentalità dei terroristi?

Anche se il terrorismo ha molteplici aspetti indirizzabili a numerose discipline scientifiche, esso può essere visto come essenzialmente radicato nella psicologia umana. Le domande veramente fondamentali sul terrorismo sono di natura psicologica e socio-psicologica. Se si intende rispondere alla semplice domanda: cos’è il terrorismo? Ecco che iniziano a comparire non poche difficoltà. Infatti si è dimostrato difficile, se non impossibile, trovare una definizione univoca e concordata del termine terrorismo. Schmid e Jongman (1988) nel “Volume Globale sul Terrorismo Politico”, hanno compilato una lista di almeno 109 diverse definizioni di terrorismo e non sembra nemmeno essere del tutto esaustiva.

L’uso contemporaneo del termine “terrorismo” nella letteratura di ricerca in questione si riferisce alla violenza contro vittime civili perpetrata da parte di combattenti non statali, con lo scopo di intimidire, spaventare, o appunto terrorizzare un pubblico più ampio rispetto agli obiettivi strumentali diretti dell’attacco. Il fine ultimo è quello di colpire e paralizzare intere comunità o nazioni, causando gravi conseguenze sia a livello sociale (con l’aumento della discriminazione interrazziale e religiosa), sia a livello economico (con la diminuzione dei flussi turistici). Questa complessità ed eterogeneità si è evidenziata nelle diverse ricerche condotte negli anni e nelle teorie che sono state proposte per spiegare il fenomeno del terrorismo.

Una delle prime teorie si basava sull’ipotesi che il terrorismo fosse radicato nella psicopatologia o che i terroristi fossero caratterizzati da uno specifico profilo “problematico” di personalità. L’ipotesi stessa che il terrorismo possa rappresentare una forma di psicopatologia, suggerisce naturalmente che i terroristi debbano aver vissuto dei traumi infantili causati da forti atrocità umane, come la “decapitazione, il rapimento o le esecuzioni di massa” (cfr. Silke, 2003).

Nei primi anni ’70 era opinione diffusa che i terroristi soffrissero di disturbi della personalità e che tra i ranghi dei gruppi terroristici ci fosse un numero eccezionalmente elevato di psicopatici, sociopatici, narcisisti e paranoici. Anche dopo l’11 Settembre 2001 vi era la convinzione che tutti i terroristi credessero in cospirazioni da parte delle grandi potenze mondiali e soffrissero di una qualche forma di delirio o mania di persecuzione. Tuttavia, la ricerca sistematica di una psicopatologia terroristica o di un profilo unico di personalità terrorista ha dato risultati deludenti. Scrupolosi studi empirici condotti sulla “Banda Baader-Meinhof” tedesca, sulle “Brigate Rosse” italiane, l’ETA Basca e alcuni gruppi Palestinesi, non hanno riscontrato nessun elemento psicopatologico in comune tra i membri di queste organizzazioni terroristiche. Al contrario, la maggior parte dei punti della ricerca tende a sostenere la normalità dei membri di tali gruppi (cfr. Victoroff, 2005).

Se non imputabile ad una psicopatologia individuale, né ad un profilo di personalità, forse lo sviluppo del fenomeno potrebbe essere causato da un aspetto della situazione sociale complessiva. La ricerca di tali determinanti si basa sull’analisi del contesto sociale in cui si dovrebbe sviluppare il terrorismo, tra cui lo stato socio-economico, l’età, l’istruzione, la deprivazione relativa, la religione, l’occupazione straniera, o la povertà. Tuttavia, questa ipotesi ha sofferto di due problemi fondamentali: uno concettuale e l’altro empirico:

  • Il problema concettuale si basa sul fatto che mentre molte persone condividono gli stessi ambienti oppressivi, gli stessi disagi sociali ed economici, solo un piccolo numero sembra considerare come alternativa desiderabile l’adesione ad una organizzazione terroristica (cfr. Sageman, 2004, 2008). Così, nessuno di questi fattori ambientali può “automaticamente” portare allo sviluppo del terrorismo né costituirne la causa necessaria e sufficiente (cfr. Kruglanski & Fishman, 2006);
  • il problema empirico riguardo il fatto che la ricerca finora non è riuscita a cogliere una “causa principale” del terrorismo. Per esempio, il lavoro svolto in diversi contesti di terrorismo non è riuscito a scorgere un rapporto diretto, né significativo tra il terrorismo e la povertà sia a livello individuale che di gruppo (cfr. Krueger & Maleckova, 2002).

Oggi gli esperti concordano sul fatto che né l’istruzione, né la povertà, né l’oppressione politica possono essere considerate come condizioni necessarie e sufficienti per il terrorismo. Questo non sta a significare che i tratti di personalità o le condizioni ambientali siano irrilevanti per l’emergere del fenomeno terroristico. Perlopiù, essi possono essere considerati come fattori secondari, in quanto da soli non sono né necessari né sufficienti per creare un terrorista, ma in determinate circostanze, e nella giusta combinazione, possono contribuire fortemente al coinvolgimento di un individuo ad una organizzazione terroristica.

Al di là delle numerose differenze superficiali tra le varie organizzazioni terroristiche, la motivazione, rappresentato dalla ricerca di un importante significato personale, si presenta come un forte filo conduttore (cfr. Pedahtsur 2005; Sageman, 2004). Alcuni autori identificano una singola motivazione cruciale, mentre altri elencano un “cocktail” di motivi che potrebbero spingere gli individui verso il terrorismo; come risultato si ha una tale eterogeneità di motivazioni significative, che si rende necessario operare una divisione per categorie più generali, distinguendo tra ragioni ideologiche e cause personale (cfr. Pedahtsur, 2005). Per esempio, l’alienazione dell’individuo, l’umiliazione per il proprio gruppo, perdite e traumi personali, ingiustizie e violenze, possono essere classificate come motivazioni personali significative. Al contrario, la liberazione della propria terra, il ripristino della gloria dell’Islam, il femminismo, la modernizzazione e la globalizzazione occidentale, possono essere rintracciate tra le motivazioni ideologiche. Inoltre, una ideologia terroristica viene giustificata e rafforzata dall’individuazione di un colpevole, sia esso l’Occidente, Israele o gli infedeli, che viene considerato come responsabile della discrepanza tra lo stato del mondo reale (relativo alla situazione attuale) e lo stato del mondo ideale (proprio dell’ideologia o della scrittura). Tale giustificazione porta a considerare la violenza contro il nemico come un mezzo necessario per ripristinare lo stato idealizzato.

Oltre le cause personali e le ragioni ideologiche, portare a termine gli attacchi suicidi comporta una forte pressione sociale (cfr. Merari, 2002). Poiché la defezione del gruppo terroristico potrebbe essere demoralizzante per il resto dei membri, nonché pericoloso per il gruppo, le organizzazioni terroristiche devono indurre impegno pubblico e applicare pressione sociale, in modo da creare martiri che siano “affidabili” e che non cambino idea, sprecando settimane o mesi di preparativi costosi (cfr. Berman & Laitin, 2008). Di conseguenza, un elemento importante del processo di gruppo inerente la formazione esercitata sull’attentatore suicida è la creazione di un “punto di non ritorno” psicologico. Il candidato viene preparato alla sua azione di martirio, viene spinto a scrivere le ultime lettere a parenti e amici, viene videoregistrato mentre rivolge saluti di addio e incoraggia gli altri a seguire il suo esempio (cfr. Merari 2002). La violenza deve essere legittimata come l’adempimento di un dovere secondo i propri valori, la famiglia, gli amici, la comunità, o la religione, mentre non agire viene percepito come un tradimento di tali ideali.

Vengono tenuti anche rituali e cerimonie che rappresentano dei veri e propri spettacoli culturali, in cui si compiono azioni simboliche, o procedure drammatiche proibite, socialmente standardizzate, e ripetitive, con lo scopo di rafforzare l’identità, suscitare emozioni, suggellare gli impegni e inculcare i valori dell’etica collettiva. Si può solo immaginare la quantità di pressione che questo deve mettere sull’individuo che viene spinto a svolgere l’atto suicida come previsto. Inoltre, a causa della moralità implicata nell’attività terroristica per conto di una causa collettiva, e il sacrificio di sé che il terrorismo comporta, i gruppi terroristici premiano i loro operatori con notevole venerazione e accordando loro lo status di “martiri” (cfr. Kruglanski, Chen, Dechesne, Fishman, e Orehek, 2009a, b). I cosiddetti “martiri viventi” sono soggetti a un indottrinamento costante, contenente elementi di esaltazione del proprio gruppo e della propria religione, in cui viene esaltato con enfasi il loro status speciale di santo. Un elemento importante nella creazione di una “realtà sociale” orientata al sacrificio estremo del martirio, è costituito dall’uso del linguaggio. L’attentatore, aspirante suicida, non viene indicato come tale, né viene indicato come un terrorista e neanche come un combattente per la libertà, ma appunto come un martire. Secondo la tradizione del martirio, dopo l’attacco suicida, si celebreranno i matrimoni tra il martire e le vergini in paradiso, a simboleggiare la sua ascesa al rango elevato di “eroe mitico”, tanto che sono persino pubblicizzati sulla stampa locale (cfr. Moghadam, 2003).

Sulla base di una notevole comprensione intuitiva dei vari principi psicologici del reclutamento, dell’indottrinamento e della formazione, le organizzazioni militanti hanno saputo creare una linea di assemblaggio vera e propria per la produzione di fanteria, pronta a scattare all’azione terroristica. Sarà poi l’organizzazione a decidere l’agenda politica, a decidere quando e dove distribuire gli operativi nei modi che meglio possano servire la causa. Il terrorismo può essere considerato come una tattica, uno strumento di guerra che viene impiegato quando le circostanze necessitano il suo utilizzo (cfr. Kruglanski & Fishman, 2006). Gli attacchi terroristici non sono mai casuali atti di violenza o prodotti impulsivi di una personalità patologica, ma molte imprese terroristiche richiedono una pianificazione accurata, un dettagliato coordinamento, una buona comunicazione tra gli operatori e cospicui finanziamenti.

Possiamo quindi concludere che anche se è possibile analizzare il fenomeno del terrorismo a diversi livelli di analisi, il livello individuale, il livello di gruppo e quello organizzativo, questi sono in realtà interdipendenti e si rafforzano a vicenda. Gli stati psicopatologici, i profili di personalità, e le condizioni del contesto sociale, anche se è improbabile che rappresentino le cause dirette del terrorismo, potrebbero ben contribuire, sotto le giuste condizioni, a generare la motivazione per entrare in una organizzazione terroristica. Infatti, per creare una mentalità terroristica, si ha bisogno anche di un’organizzazione strutturata ed efficace, cosicché, attraverso i processi di gruppo, plasmi fedeli terroristi. In altre parole, il livello individuale contribuisce a creare le giuste motivazioni e la dedizione per sostenere le cause del terrorismo, il gruppo opera l’indottrinamento e la formazione tramite la pressione sociale e le credenze ideologiche, e l’organizzazione crea i meccanismi, le strutture e le ricompense necessarie alla sopravvivenza del gruppo. Insieme, questi tre livelli di processi psicologici operano di concerto per promuovere la cultura di una psicologia del terrorismo.

Leonardo Caramazza

Info

Bibliografia

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Krueger, A. B., & Maleckova, J. (2002). Does poverty cause terrorism?. In  The New Republic, 226

Kruglanski, A. W., & Fishman, S. (2006). The psychology of terrorism: “Syndrome” versus “tool” perspectives. In Terrorism and Political Violence, 18

Kruglanski, A. W., Chen, X., Dechesne, M., Fishman, S., & Orehek, E. (2009, a). Fully committed: Suicide bombers’ motivation and the quest for personal significance. In Political Psychology, 30

Kruglanski, A. W., Chen, X., Dechesne, M., Fishman, S., & Orehek, E. (2009, b). Yes, no and maybe in the world of terrorism research: Reflections on the commentaries. In Political Psychology, 30

Kruglanski, A. W., & Fishman, S. (2009). Psychological Factors in Terrorism and Counterterrorism: Individual, Group, and Organizational Levels of Analysis. In Social Issues and Policy Review, Vol. 3, No. 1

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Pedahtsur, A. (2005). Suicide terrorism. Cambridge: Polity Press

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Sageman, M. (2004). Understanding terror networks. Philadelphia: University of Pennsylvania Press.

Sageman, M. (2008). Leaderless jihad. Philadelphia: University of Pennsylvania Press.

Schmid, A. P., & Jongman, A. J. (1988). Political terrorism. Amsterdam: North Holland Publishing Company.

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Victoroff, J. (2005). The mind of the terrorist: A review and critique of psychological approaches. In Journal of Conflict Resolution, 49

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