“Non fare l’indiano!”. Analisi su stereotipi e pregiudizi

Breakfast Club (1985) è stato forse uno dei primi film a diffondere a un vasto pubblico la tematica degli stereotipi e dei pregiudizi: la “principessa” viziata, il nerd impacciato, la ragazza “strana”, il cattivo ragazzo e lo sportivo superficiale, tutti personaggi che a fine della pellicola si sono scoperti molto più complessi e del tutto lontani dalla prima e fin troppo leggera valutazione. Quanti altri stereotipi si possono incontrare nella società contemporanea? Alcuni esempi: a quanto pare sembra che i cinesi mangino solo riso, che gli italiani siano tutti mafiosi e che gli africani abbiano il ritmo nel sangue. Giudizi anch’essi basati solo su una rapidissima e forse troppo superficiale prima impressione.

L’Italia è probabilmente uno dei paesi (considerando come dalla metà del secolo scorso si sia trasformata da paese di emigrazione a meta di immigrazione) più coinvolto e allo stesso tempo travolto dall’onda del pregiudizio; sarà sufficiente una breve ricognizione tra i social per verificarlo: le bacheche e i gruppi sono intasati da frasi del tipo “gli Zingari sono tutti ladri perché fa parte della loro cultura”, “gli Islamici sono tutti maschilisti e terroristi” e “è normale che gli africani…” e molto altro. È doveroso tuttavia chiarire come “l’abitudine a stereotipare” non vada necessariamente a confluire col razzismo, nonostante alcuni atteggiamenti in rete come quelli elencati si possano inquadrare nelle cosiddette “microaggressioni”, fenomeno che alcuni studiosi considerano “il nuovo volto del razzismo”, affermando che la natura del razzismo si sia spostata nel tempo da palesi espressioni e crimini di odio ad atteggiamenti più sottili e ambigui, spesso non intenzionali [cfr. Sue, 2014]. 

Walter Lippmann, negli anni Venti del Novecento, fu uno dei primi a dare una definizione moderna di stereotipo, concependolo sia politicamente, ossia come modalità volta a convalidare gli interessi di chi lo usa, che psicologicamente, quindi come un modo inevitabile per elaborare le informazioni in società molto differenziate. La realtà non si conosce in quanto tale, ma solo attraverso le rappresentazioni che l’uomo crea basandosi su delle semplificazioni, appunto gli stereotipi; tali costruzioni mentali, che dipendono dal contesto culturale, spiegano l’organizzazione sociale esistente all’interno di una comunità e allo stesso tempo influenzano le idee sugli individui anche in caso di contatto diretto col soggetto stereotipato [cfr. Lippmann, 1995].

Che sono quindi gli stereotipi?

Si tratta fondamentalmente di insiemi di valutazioni ed aspettative che si sovrappongono ad una categoria per descriverla o per giustificare un atteggiamento in relazione ad essa [cfr. Allport, 1973]. Si realizzano costrutti sociali che rafforzano l’identità collettiva, attraverso rinforzi positivi nel caso del gruppo di appartenenza (ad esempio: “noi italiani siamo sempre stati portati per la cucina”) e negativi nel caso di un gruppo esterno (ad esempio: “si sa che gli inglesi trascurano l’igiene”). 

Ovviamente non è scontato che un italiano sappia necessariamente cucinare o che un inglese non sia attento alla pulizia; qualunque essere umano, a prescindere dalla provenienza, può essere potenzialmente uno chef o non avere voglia di lavarsi, ma nel momento in cui la realtà si articola in gruppi contrapposti si creano le condizioni per il manifestarsi di una valutazione asimmetrica [cfr. Arcuri, Cadinu, 1998] quindi non neutrale, di parte potremmo dire.

Nel secolo scorso in Francia la sifilide (il cosiddetto “mal francese”) mieteva molti morti, quasi quanto l’AIDS oggi e i portatori venivano ritenuti gli immigrati dalle zone del Magrheb che già alla fine del secolo scorso popolavano le grandi città della Francia come manodopera. Vicino ai Maghrebini c’erano ovviamente anche altri gruppi di immigrati, soprattutto Italiani e Polacchi, ma l’accusa stereotipante dell’origine della sifilide si polarizzava su uno straniero specifico, in questo caso il Maghrebino. Clara Gallini notava come molto divertente fosse, sempre sul finire fine del secolo scorso, il fatto che numerosi studi epidemiologici dimostrassero che i portatori di sifilide fossero in realtà proprio gli immigrati Polacchi, “famosi” per essere cattolici e inseriti in nuclei familiari; «i bravi Polacchi che arrivavano dalla Polonia con la moglie e che potevano quindi esercitare un’attività sessuale diciamo normale non venivano stigmatizzati rispetto ai Maghrebini che arrivavano da soli e senza la famiglia ed erano per giunta musulmani e quindi già si presupponeva che i musulmani avessero costumi sessuali perversi» [Gallini, 2019].
Il fatto che lo avessero scoperto i medici era del tutto ininfluente: la gente continuava a ad affermare che  fossero i nordafricani i portatori della sifilide.

Perché accade ciò? Che rapporto c’è tra il piano di una verifica reale e il piano di una rappresentazione di una certa essenza degli altri?

Ernesto De Martino nei suoi scritti ha molto riflettuto sul nostro etnocentrismo, osservando come le nostre categorie conoscitive del reale si strutturino spesso secondo dei sistemi di valori che appartengono a noi stessi soltanto.
«Etnocentrismo è lo sguardo di chi si posa sopra degli usi e costumi che ritiene diversi dai propri, li giudica con il proprio parametro e dice: sono tutti sbagliati, oppure sono tutti bellissimi, ma giudicandoli secondo il proprio parametro e non confrontando il proprio parametro, il proprio punto di vista col punto di vista degli altri in un lavoro che deve essere di continuo confronto dialettico»[Gallini, 2019].

Per comprendere la funzione di uno stereotipo occorre tenerne presente la natura culturale, in quanto uno stereotipo, ad esempio  etnico, altro non è che un prodotto simbolico ed in quanto tale costruisce uno specifico piano di realtà. Non si tratta di un fenomeno razionale, non serve a conoscere razionalmente gli altri e non ha una funzione cognitiva oggettivante, ma serve a trasmettere un’opinione prefabbricata [cfr. Gallini, 2019].

Nel rapporto con le persone si ha la necessità di poter fare, il più rapidamente possibile, delle previsioni sulle loro qualità e sul loro possibile comportamento per capire se l’interazione potrà essere per noi conveniente. Un approccio conoscitivo libero da riflessioni preventive sull’altro presenterebbe almeno due svantaggi: il primo è che si tratterebbe di un processo lungo e faticoso, il secondo è che ci costringerebbe a passare anche attraverso delle esperienze negative per poter emettere infine i nostri giudizi. È per questo che si attiva quel processo di inferenza che ci porta a prevedere la corrispondenza fra certi tratti immediatamente rilevabili, un processo che rischia  però continuamente di condurci verso l’errore di valutazione [cfr. Mazzara, 1997] nonostante funzioni come una bussola; «in fondo tutto il nostro mondo relazionale si regge su questo criterio: scegliamo di interagire con quelle persone che il nostro sistema di inferenza ci segnala come più probabilmente in possesso delle caratteristiche che ci interessano» [Ivi, p.69].

In conclusione ciò che emerge è come lo stereotipo dell’altro e del diverso introduca un elemento di semplificazione laddove sussista complessità e variazione difficile da accettare o da integrare finendo per generare un pregiudizio che tuttavia accentui la differenza “noi/loro” incanalando atteggiamenti di intolleranza e stigmatizzazione.

 

Dario Bettati

Info

 

 

 

Bibliografia

Allport, G.,W., La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973

Arcuri, L., Cadinu M., R., Gli stereotipi. Dinamiche psicologiche e contesto delle relazioni sociali, Bologna, Il mulino, 1998

Di Miscio, A.,M., “Antropologia critica – La soglia io/altro, identità e culture” in Rivista Di Scienze Sociali, n.10, Foggia, 2014

Gallini, C., “Stereotipi etnici nella cultura popolare di massa” in Pol.it – Psychiatry online Italia, 2019

Jaspars, J., Fraser, C., Rappresentazioni sociali, Il Mulino 1989, Bologna, 1989

Lippmann, W., L’opinione pubblica, Donzelli, Roma 1995

Mazzara, B., Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino, Bologna, 1997

Pistolesi, E., “Identità e stereotipi nel discorso conflittuale”, in Pistolesi; E., Schwarze, S., (a cura di), Vicini/Lontani. Identità e alterità nella/della lingua, Frankfurt am Main etc., Lang, 2007

Sue, D.,W., et al. “Racial Microaggressions Against Black Americans: Implications for Counseling”. In Journal of Counseling & Development, 2014.

 

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