Giovani LGBTQ: quanto è difficile amare in questo mondo?

«E’ meraviglioso che tu esista». 

Questa frase di Josef Pieper, autore del libro “Sull’amore”, rappresenta forse la massima espressione dell’essere amati e riconfermati nel proprio diritto di stare al mondo, esattamente per come si è, con la propria unicità. È anche quello che potrebbe mancare a giovani LGBTQ+: alcuni contesti di vita fondamentali, infatti, risultano intossicati da una cultura eteronormativa e omonegativa che può finire per ledere la dignità umana e compromettere un’effettiva parità di opportunità di vita per le persone. 

Nonostante in Italia l’omosessualità non sia più ritenuta una patologia o un crimine1 (D’Ippoliti e Schuster, 2011) la repressione sociale sembra ancora resistere, ben radicata culturalmente. 

Possiamo affermare che essere lesbiche, gay, bisessuali, transgender ecc., sia in tutto il mondo una piccola/grande sfida; risulta allora fondamentale non lasciare solo nessuno ed occuparsi di educazione affettiva e sessuale (Villanova, 2018).

Si può pensare all’omofobia come un sintomo che rivela un bisogno formativo complesso, un problema educativo che richiede soluzioni di tipo bidirezionale: sul piano culturale, decostruendo stereotipi radicati, sul piano formativo, specializzando gli operatori socio-educativi. Occorre poi un’attenzione particolare alle agenzie educative, prima tra tutte la famiglia, che in alcuni casi, si rivela omofoba.

L’adolescenza LGBTQ+ in una famiglia omofobica

Come teorizzato da Erikson (1995) e  altri studiosi, ogni adolescente affronta dei compiti di sviluppo, la cui risoluzione e il tempo necessario variano a seconda delle caratteristiche individuali e dell’ambiente. Il distacco emotivo dalle figure genitoriali e la formazione di un’identità di genere, rientrano tra questi compiti. Si tratta di un percorso di crescita impegnativo per tutti e da ciò deriva l’importanza di ricevere comprensione e sostegno da parte degli adulti di riferimento (Charmet, 2000; Amann, 2009). 

Ci sono ragazzi che dopo aver fatto coming out2  sono stati cacciati di casa, oppure sono dovuti fuggire per via delle reazioni violente dei genitori. I ragazzi LGBTQ+ possono così trovarsi catapultati in strada, intenti a sopravvivere o a cercare ospitalità in qualche rifugio. Sembrerebbe configurarsi un danno esistenziale: è possibile che sviluppino più facilmente alcuni disturbi psicologici e/o dipendenze da sostanze. 

La condizione che alcuni si trovano a sperimentare, in assenza di un posto sicuro, può comportare l’esposizione a varie forme di rischio, disagio, sofferenza e marginalità, come ad esempio l’ingresso nel mondo della prostituzione e/o dello spaccio (Coolhart e Brown, 2017).  

Nel 2017 è nata a Roma una casa rifugio dedicata all’accoglienza specializzata e al reinserimento sociale di ragazzi LGBTQ+ estromessi/fuggiti da casa. Questa risposta costituisce un primo passo, sebbene da sola si dimostri insufficiente. 

I ragazzi che vengono presi in carico, conoscono così una sorta di genitorialità istituzionale che cerca di aiutarli ed accompagnarli nel percorso di vita che gli si pone davanti; le famiglie d’origine, non sempre sembrano possedere gli strumenti necessari.

Alcune famiglie sembrano soffrire la mancanza di risorse individuali, repertori culturali adeguati e di altri modelli relazionali accessibili, dal momento che potrebbero aver sentito parlare di omosessualità solo in modo inferiorizzante-ridicolizzante, senza accedere a occasioni migliori di confronto (Burgio, 2012). Inoltre, i genitori possono spaventarsi per le difficoltà che i figli potrebbero incontrare nella vita: uno dei timori più diffusi è legato al pensiero che gli sarà preclusa la possibilità di formare una famiglia o avere un lavoro (D’Ippoliti e Schuster, 2011).

Lo shock che possono manifestare padri e madri di fronte ad un coming out, può far scaturire reazioni aggressive e rifiutanti. Di conseguenza, spesso i figli potrebbero sentirsi obbligati a nascondersi, negare il proprio sentire e mentire su se stessi, pur di conservare reputazione e apparenze con parenti e vicinato. Altrimenti, un’altra reazione possibile da riscontrare è quella di spingere i propri figli ad un “percorso di conversione” o di “cura”, magari credendo di far del bene.

Questi “percorsi” possono essere non solo inefficaci, ma anche potenzialmente dannosi per le persone; risultano problematici sia da un punto di vista scientifico che etico. 

Un punto di vista diverso per le famiglie

Di frequente poi, gli adolescenti crescono convivendo con la paura di deludere i propri genitori e causare loro un grande dolore (Charmet, 2000). È importante, al contrario, far sì che ai ragazzi venga presentata la possibilità di avere visibilità, proteggendoli ove possibile da condanne morali e trattamenti discriminatori, aiutandoli così nel loro percorso narrativo-autobiografico, di formazione e ri-significazione di sé.

Occorre costruire attorno a loro delle reti capaci di infondere speranza e accoglienza, anche attraverso la prevenzione e la sensibilizzazione: ad esempio, evitando che le persone LGBTQ+ interiorizzino l’omo-lesbo-bi-trans-fobia da cui sono circondati. 

Questo processo inconsapevole consiste nell’adozione dei significati negativi che una determinata cultura attribuisce all’omosessualità. L’omofobia interiorizzata porta a un’immagine di sé caratterizzata da bassa autostima, unita spesso a un comportamento passivo. Tale stigma interiorizzato, inoltre, può portare alla necessità di tenere nascosta agli altri (ma anche a se stessi) la propria identità di genere e/o il proprio orientamento sessuale, vissuti come qualcosa per cui provare auto-avversione, a volte rivolgendo contro se stessi l’aggressività: accresce così il rischio di soffrire di depressione, ansia e psicopatologie (Villanova, 2018). 

Cosa ha il potere di fare una famiglia di fronte a questo? 

I genitori hanno il potere di fare molto per il benessere dei propri figli;  in particolare, è preziosa la possibilità di farli sentire sostenuti e contribuire alla loro autostima. 

L’invito consiste allora nel porsi domande come:

  • Ci reputiamo capaci di far sentire amati (e degni di amore) i nostri figli?
  • Come potremmo accompagnarli verso un futuro felice? 
  • Desideriamo essere presenti e di conforto per un amore finito o non corrisposto?
  • Potremmo essere per loro una sorta di antidoto, di base sicura, per le difficoltà che potrebbero incontrare al di fuori del nucleo familiare (in un ambiente potenzialmente ostile)? 
  • Quali parole vorremmo sentirci dire se fossimo al loro posto? Quali atteggiamenti, invece, potrebbero ferirci?
  • Crediamo di essere abbastanza informati su alcune questioni? Dove riconosciamo di poterci mettere maggiormente in discussione?
  • Cosa potrebbe cambiare per noi la scelta di accedere al supporto di reti informali, come aderire a un’associazione di genitori LGBTQ+ e/o consultare un professionista con competenze e formazioni specifiche?

In risposta all’ultimo quesito, per alcuni genitori potrebbe essere utile un percorso di consulenza pedagogica. Essa si configura come un processo che mira a sintonizzarsi con i bisogni educativi (consapevoli ed espressi o meno) delle persone, rispetto a questioni percepite come problematiche. Il consulente pedagogico capace di riconoscere limiti, risorse e potenzialità della persona, può essere quindi una risorsa per quel genitore disposto a rielaborare il proprio ruolo per saper rispondere dei propri comportamenti in modo più soddisfacente, sintonico e benefico per sè e per gli altri. 

Il cliente nella consulenza pedagogica è visto come un soggetto attivo e proattivo, depositario di risorse che possono essere attivate o ri-attivate quando è in difficoltà. 

Il professionista è in questo caso un facilitatore della trasformazione; può porsi l’obiettivo di ampliare la gamma di rappresentazioni che l’individuo ha del suo problema, aiutandolo ad uscire da quelle più rigide e cristallizzate per crearne di nuove, grazie a un dialogo costruttivo ed efficace (Negri, 2014).

Un altro coming out possibile: 

Il coming out in famiglia può dunque rivelarsi diversamente: può essere un evento simile a una rinascita e rappresentare un momento felice, memorabile e denso di emozioni. Nonostante un iniziale e comune disorientamento, la famiglia può accedere a una fase di maggiore consapevolezza, aderendo alla realtà. 

Non tutti i genitori finiscono per desiderare di non saperne nulla, nè spingono i figli a costruirsi un falso sè o a rinunciare al loro affetto, anzi, moltissimi si rivelano in grado di accogliere il desiderio dei figli di svelarsi: per non continuare a tacere, per non rinunciare a parti di sè. Ne risultano rafforzati i singoli e i legami familiari, che possono attraversare una notevole fase di crescita.

I ragazzi lasciati liberi di vivere la propria sessualità, possono anche sviluppare un senso di appartenenza alla comunità LGBTQ+ che, attraverso le sue occasioni di socializzazione, può aiutare i singoli a conoscersi, auto-definirsi e auto-progettarsi. 

Un simile contributo può rivelarsi utile per uscire dalla clandestinità, dalla vergogna e dal senso di “impresentabilità sociale”. Ricordiamo sempre che educare significa proprio “tirar fuori”.

Festeggiamo quindi la capacità di emergere e di amare, che gli adolescenti dimostrano di possedere, rivendicare e persino di poter insegnare, con straordinarie capacità di “disobbedienza” e resistenza. Auguriamogli di amare chi vogliono e prima di tutto se stessi: dall’amore non si fugge.

Cinzia Perrotta

Info

 

 

1 Nel 1993 L’OMS ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, la stessa, non è nel DSM dal 1973. Il “codice Zanardelli” del 1889 ha eliminato il “delitto contro natura”, prima punito dal codice penale.

2 Non sempre viene rispettata la libertà di fare o meno coming out, scegliendo liberamente a chi, come e quando esplicitare il  proprio orientamento sessuale. Può capitare di subire un outing, (chi lo subisce “viene detto” omosessuale, scoperto o “accusato” di esserlo). L’outing è quindi un fenomeno di natura violenta, diverso dal coming out.

Bibliografia

AMANN GAINOTTI MARETE , (2009), Lezioni di psicologia dell’adolescenza, Guerini Scientifica.

BURGIO G., (2012), Adolescenza e violenza: il bullismo omofobico come formazione alla maschilità, Mimesis Edizioni.

COOLHART e BROWN, (2017), “La necessità di spazi sicuri: esplorare le esperienze dei giovani senzatetto LGBTQ nei rifugi”. Revisione 82 dei servizi per l’infanzia e la gioventù (2017): 230-38

D’IPPOLITI C. e SCHUSTER A., (2011), DisOrientamenti: discriminazione ed esclusione sociale delle persone LGBT in Italia, Armando Editore.

ERIKSON E., (1995), Infanzia e società, Armando Editore.

NEGRI S., (2014), La consulenza pedagogica, Carocci Editore.

PIETROPOLLI CHARMET G., (2000), I nuovi adolescenti: padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina Editore.

VILLANOVA M., (2018), Manuale per la formazione professionale in pedagogia affettiva e sessuale, Roma, La Sapienza Editrice.

Sitografia 

http://www.agedonazionale.org/

www.agedonazionale.org/

www.cri.it7RefugeLgbt

www.unar.it

 

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