Non c’è nessun matriarcato. Cause culturali della violenza di genere

«Ciao crucca, ciao crucca! Ciao! Spero che ti violentino sti ne*ri! A quattro a quattro te lo devono infilare!»[1].

Anno Domini 2019: nel momento del suo arresto, la comandante della Sea Watch Carola Rackete viene accolta al porto di Lampedusa con queste parole. La violenza fisica o psicologica che le donne[2] devono quotidianamente affrontare è un fenomeno davvero complesso. Spesso ci si imbatte in spiegazioni di stampo psicanalitico incentrate sul meccanismo di dominazione da parte del genere maschile; ma, per arrivare alle radici di questo problema e comprenderlo fino in fondo, dovremmo chiederci se le cause possano essere anche di natura socio-culturale.

Patriarcato: ieri e oggi

Partiamo da un punto fondamentale: il matriarcato non esiste, né mai è esistito, in nessuna cultura. Non se lo intendiamo sotto la concezione occidentale dell’archè (ἀρχή), cioè come “dominazione” o “generatività”. Le “matriarche” della mitologia greca (si pensi alle Amazzoni) e gli studi dell’antropologia evoluzionista (XVIII sec.) hanno portato a discorsi controproducenti: si sosteneva, infatti, che i primi stadi evolutivi dell’umanità fossero stati caratterizzati da un solido matriarcato, solo successivamente rimpiazzato dal patriarcato per via delle migliori abilità degli uomini in battaglia e in guerra [Campani, 2016]. Le donne di alcune società sono state così erroneamente dipinte come i soggetti detentori del potere e, quindi, in possesso di alcuni privilegi circa il controllo della comunità.

Si può certamente parlare di matrilinearità (il sistema di discendenza per linea materna), o di matrilocalità (la residenza presso la madre o i parenti della madre), ma non possiamo confondere questi principi con l’istituzione del matriarcato. Infatti, anche laddove si riscontra linearità e/o località femminile, il potere è sempre una prerogativa maschile: ciò è dimostrato, ad esempio, tra la popolazione degli Azande studiata da Fortes e Evans-Pritchard, dove la linearità, quando femminile, non procede di madre in figlio, bensì dal fratello della madre al nipote [Stone – King, 2018].

È chiaro, fin qui, che in tempi più remoti le diverse società del globo fossero basate sull’egemonia maschile; ma allora, tenendo conto delle grandi conquiste femministe, si può parlare oggi di autentica parità dei sessi oppure ci ritroviamo ancora intrappolati nelle logiche di un patriarcato che sopravvive, anche se ora più nascosto, da millenni?

L’antropologia colloca le logiche maschiliste nella comune e resistente pedagogia del patriarcato, che ha origini molto antiche.

La presunta superiorità dell’uomo sulla donna si afferma tra le prime comunità umane del Neolitico, periodo storico caratterizzato dal sistema di “caccia e raccolta”; questo produsse forti separazioni tra uomini e donne: i primi erano impegnati nelle pericolose attività di uccisione dei grandi predatori, mentre le seconde si dedicavano alla raccolta di frutti e radici dal terreno [Rosaldo, 1980]. Inoltre, il carattere gestazionale della donna si è rivelato un aspetto molto controverso: invidiato dagli uomini in quanto forza generatrice, è stato traslato verso l’idea di contaminazione, impedimento e disabilità temporanea, rendendo la donna il soggetto debole e vulnerabile per eccellenza [Volpato, 2013].

In questo modo è venuta a crearsi una dualità tra natura e cultura e tra privato e pubblico: la donna, relegata alla sfera naturale e impura della procreazione, è stata destinata ad occuparsi dello spazio domestico, mentre l’uomo, riscattatosi con la cultura dall’impossibilità di gestazione, si è emancipato dalla sfera naturale attraverso il dominio della scena pubblica [Mathieu, 1973]. Una separazione accettata dalle donne stesse, poiché le caratteristiche corporee maschili e femminili implicano, a livello culturale, determinati compiti e libertà; la tradizione mediterranea rimane oggi ancora molto radicata a questa forma mentis, che considera la figura maschile come punto di riferimento per l’organizzazione della società: il patriarcato è ciò che legittima pratiche e discorsi discriminanti e può essere letto come causa strutturale del problema della violenza sulle donne [Bourdieu, 2009].

Una subordinazione disciplinata

Lo studio attento del patriarcato ci rinfaccia che le donne occidentali non sono poi così libere come crediamo: c’è un potere diffuso e sempre più invisibile che governa il nostro modo di agire e di pensare, un’egemonia composta di idee, pratiche e abitudini interiorizzate ormai difficili da cambiare. Le donne sono “ammaestrate” per rispondere alle attese sociali di ciò che è elegante, gentile e delicato, mentre gli uomini devono, al contrario, attenersi al codice della virilità; sono anch’essi vittime subdole della rappresentazione dominante che impone di aderire al codice dell’onore dei “veri” uomini [Bourdieu, 2009].

C’è, infatti, un divario tra il vivere “da maschio” e il vivere “da uomo” ed è questa la causa della difficoltà, per il genere maschile, a trovare congruenze tra il sentire interiore e il manifestarlo in un modo socialmente accettato. Il vero Maschio, quello dalla m maiuscola, interpella il sesso, che risponde al concetto di virilità; pertanto, considerarsi tale impone un modo di esserci nel mondo attraverso caratteristiche ben precise, come la prestanza fisica e la forza morale, la sicurezza di sé e l’impassibilità emotiva. L’uomo, invece, è colui che riesce a far dialogare anima e corpo, aiutato dalla consapevolezza dell’importanza di dar voce alle proprie emozioni. È nello spazio in cui il Maschio soffoca l’uomo che ha luogo quel gioco di potere che pone la donna in uno stato di subordinazione; ed è in questa egemonia che si produce, sempre e in ogni caso, violenza: laddove non vi sia violenza fisica, infatti, troviamo violenza simbolica e strutturale, cioè un riconoscimento reciproco tra dominante e dominato, come, ad esempio, quella sorta di intuizione femminile che rende le donne più sensibili agli indizi non verbali degli uomini per leggere i loro desideri [ibidem].

Nel concreto, quindi, cosa intendiamo con violenza strutturale nella discriminazione di genere?

Discriminazioni sul lavoro e nella scena politica, maternità che intralciano la produttività delle aziende, mestieri “da uomini” e non per signorine, giudizi sulle decisioni di una donna rispetto al proprio corpo, apprezzamenti volgari non richiesti, minacce, stupri giustificati da gonne troppo corte o maglie troppo scollate, revenge porn, femminicidi compresi alla luce del dramma di un divorzio: tutte situazioni in cui la donna è sottoposta a un processo di oggettivazione che contribuisce al rafforzamento di pericolose gerarchie di genere. L’esposizione a immagini che rendono le donne “oggetti”, inoltre (il caso più palese è la pornografia), influenza i giudizi su di esse e produce più tolleranza verso la violenza, il mito dello stupro e le molestie sessuali. All’estremo opposto, troviamo casi di sessismo benevolo, cioè la convinzione, sia degli uomini che delle donne stesse, che il genere femminile sia la parte “debole” della società; pertanto, le donne sono viste come esseri da proteggere e da venerare [Volpato, 2013].

Essere donna, insomma, è sempre stata una difficile questione di obbedienza.

Nel suo romanzo The Handmaid’s Tale, Margareth Atwood invita il lettore a riflettere su come questo problema millenario si sia risolto, oggi, soltanto in parte: le donne da lei presentate si ritrovano a Gilead contro la loro volontà, un mondo in cui sono giudicate come accessorie agli uomini e fondamentali solo in fatto di procreazione: vere e proprie serve sottomesse al patriarcato [Atwood, 1986]. Come la letteratura distopica insegna, queste realtà così apparentemente assurde si dimostrano, quasi sempre, profetiche: sta a noi decidere se continuare a renderle pensabili, oppure no. «Forse ha ragione zia Lydia: da Gilead non si può scappare, Gilead è dentro di me. […] Come un cancro»[3].

Ylenia Brusoni

Info

 

 

[1]Nel giugno 2019, venne diffuso in rete un video del momento in cui Carola Rackete sbarcò al porto di Lampedusa: un uomo, tra i presenti, pronunciò queste parole e, giorni dopo, si difese dicendo che era ubriaco.

[2]In questa sede ci si limiterà volutamente all’analisi della violenza di genere intesa come oltraggio alle donne. Si consideri, però, che il fenomeno è estendibile a tutta la comunità LGBTQ: il concetto di genere, così come quello di patriarcato, sono costrutti culturali che sono oggi messi in discussione.

[3] The Handmaid’s Tale (Hulu), 2017-in produzione. Creata da Bruce Miller, basata sul romanzo di Margaret Atwood (1986).

 

Bibliografia

Atwood, M., (1986), The Handmaid’s Tale, Houghton Mifflin Harcourt, New York

Bourdieu, P., (2009), Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano

Campani, G., (2016), Antropologia di genere, Rosenberg&Sellier, Torino

Mathieu, N.C., (1973), “Homme-culture et femme-nature?” in: L’Homme, tome 13 n°3. pp. 101-113

Rosaldo, M., (1980), “The Use and Abuse of Anthropology: Reflections on Feminism and Crosscultural Understanding” in Signs, University of Chicago Press

Stone, L.S., King, D.E., (2018), Kinship and Gender. An introduction, Routledge, New York

Volpato, C., (2013), Psicosociologia del maschilismo, Laterza, Roma

Sitografia

Rizzuti, Stefano, (2019), “Ti devono stuprare i neri. L’uomo che ha insultato Carola Rackete si difende: ero ubriaco”
https://www.fanpage.it/politica/lampedusa-insulti-sessisti-alla-comandante-della-sea-watch-carola-rackete-ti-devono-stuprare/

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