Isole Carcere – Valerio Calzolaio (La Recensione)

Anche i non “addetti” conosceranno il carcere di Alcatraz, e probabilmente ricorderanno anche il film cult Fuga da Alcatraz, nonché l’eclatante evasione (tratta da una storia vera) compiuta dai protagonisti.  

La fuga è ancora più clamorosa in quanto si svolge su un’isola, e – se già le mura dei penitenziari sono imponenti – in questo modo si vengono a creare delle “doppie mura”, praticamente impenetrabili. E proprio questa segregazione, questo “isolamento” viene approfondito da Valerio Calzolaio, nel suo libro Isole carcere, edito dal Gruppo Abele.

isole carcere

Già dai tempi romani utilizzavano le isole come punti strategici dedicati all’isolamento e al confinamento. Questa scelta, documentata anche dalla letteratura specifica, era adottata proprio perché rendeva il prigioniero escluso, segregato, “isolato” dalla civiltà e dalla popolazione. Ma nessuno poi ha mai analizzato come quelle stesse (e tante altre) isole siano rimaste luogo di insediamento di istituti penitenziari. L’autore – infatti – ricorda come siano presenti nel mondo 270 isole carcere, di cui un terzo ancora aperte e utilizzate. Questo dato dovrebbe far riflettere se confrontato con le normative che regolano il sistema penitenziario. L’articolo 27 della Costituzione ribadisce infatti che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». 

E come si lega questo “senso di umanità” se la scelta delle “isole carcere” è volta a segregare ulteriormente la persona? Calzolaio ci dice che la raddoppia, la determina, per chi va e per chi viene lasciato. Ecco i fenomeni dell’isolazionismo e dell’uso penale della condizione d’isolamento su isole: il doppio isolamento. Ogni umano diviene doppiamente isolabile dagli altri. Sì, perché la scelta di istituire carceri sulle isole non è solo tesa a isolare l’interno dall’esterno, ma anche viceversa. La difficoltà di raggiungere questi luoghi, la minor presenza di “civili” sulle isole, la lontananza dalla terraferma fanno sì che anche la popolazione esterna percepisca (o, ancora peggio, dimentichi) questi posti come distanti.

E allora anche l’articolo 17 dell’Ordinamento Penitenziario – spesso solo nominato per i “volontari” ma che invece rimanda alla “partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa” – vede un grande scostamento dal nobile obiettivo. 

Il libro di Calzolaio apre numerosi interrogativi, e pone le basi per un ripensamento delle isole carcere. Sì, perché, anche se ancora in uso, alcuni istituiti attutiscono il doppio isolamento attraverso pratiche di rieducazione virtuose, che fanno dimenticare (o sfruttano a loro vantaggio) il luogo circostante. È questo ad esempio il caso in Italia dell’Istituto Penale Minorile di Nisida, in cui l’attività trattamentale è valorizzata e conosciuta come modello. Un modello che si propone di contrastare il rischio del doppio isolamento. 

«Quando due popolazioni di individui della stessa specie si trovano in condizioni di isolamento, le nuove condizioni ambientali favoriscono, per selezione e deriva genetica, ulteriori cambiamenti genetici. Se l’isolamento persiste per un periodo sufficientemente lungo, la neo-specie non sarà più in grado di incrociarsi con la popolazione d’origine». Questa affermazione dell’autore, che richiama concezioni biologiche usate come uno dei pilastri all’interno del libro, riprende le osservazioni di Charles Darwin sui fringuelli delle isole Galapagos, ma – in senso più ampio – palesa l’allarmante rischio a cui si va incontro segregando le persone all’interno di istituiti penitenziari “isolati”. E allora, anche in termini di benessere di ciascuna persona, sia all’interno sia all’esterno delle “isole carcere”, perché non ripensare la geografia dei luoghi e le scelte di rieducazione possibili? 

 

Silvia Serena Brambilla

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