Nessuno ci capisce? Con l’empatia non siamo soli

 Sarà capitato anche a voi di sentirvi soli, in determinati momenti, perché non pienamente compresi dalle persone che vi stanno accanto.

A parte i casi imputabili ad una qualsivoglia forma di vittimismo, in generale la comprensione e la vicinanza da parte degli altri presuppongono una vera e propria competenza: l’empatia. Con tale termine s’intende il saper cogliere e sintonizzarsi sullo stato emotivo dell’altro, il condividere in modo partecipativo e con pathos all’esperienza altrui.

Essa si basa sull’autoconsapevolezza e richiede necessariamente una capacità di riconoscere, gestire e controllare prima di tutto le proprie emozioni. L’empatia potrebbe sembrare allora una dote di pochi, ma non è così: è anzi considerata una caratteristica molto diffusa. A dimostrare la naturalità di tale sentimento vi sono ricerche che ne hanno indagato l’aspetto neurologico e hanno scoperto delle strutture nervose specifiche: i cosiddetti neuroni a specchio.

Gli studi condotti dal Professor Rizzolati e collaboratori dell’Università di Parma a partire dagli anni ’90, hanno potuto constatare l’esistenza di tali neuroni nell’area di Broca, in aree premotorie e nella corteccia parietale, avvalendosi dei risultati della Risonanza Magnetica su dei primati.

Queste ricerche hanno dimostrato, che quando osserviamo un’azione compiuta da un nostro simile o semplicemente la deduciamo, si attivano gli stessi circuiti neuronali come se la stessimo compiendo in prima persona. Lo stesso meccanismo avviene a livello emotivo, ossia quando vediamo una persona provare un’emozione possiamo sentirla come se fossimo noi stessi ad esperirla.

Inoltre, anche osservando il comportamento dei bambini, possiamo constatare la spontaneità di tale sentimento ritrovandola sin dall’infanzia. Se infatti un bambino di un anno vede un altro bambino cadere, si sentirà profondamente a disagio e inizierà probabilmente a piangere identificandosi con lui; crescendo inizierà ad percepirsi come una persona distinta dall’altro e dunque troverà anche un modo per consolare, ad esempio offrendo il suo orsacchiotto, diventando più attento ai segnali che rivelano i sentimenti altrui. Verso la fine dell’infanzia emerge il livello più avanzato di empatia, i bambini infatti diventano in grado di cogliere la sofferenza in senso lato e per particolari condizioni di vita come quelle di povertà, emarginazione. Questa comprensione nell’adolescenza può portare al radicarsi di convinzioni morali imperniate sul desiderio di alleviare l’infelicità e l’ingiustizia.

Possiamo quindi dedurre l’importanza di provare empatia, definendola la capacità che abbatte le distanze tra gli uomini e crea relazioni interpersonali più evolute.

Fondamentale imperniare anche l’educazione su tale aspetto, ad esempio di fronte ad un bambino che ha fatto del male ad un compagno, sarebbe adeguato rimproverarlo dirigendo l’attenzione del bambino proprio sulla sofferenza che ha recato alla vittima.

In fondo, quindi, siamo tutti potenzialmente empatici e capaci di saper comprendere i sentimenti altrui, ma spesso siamo così distratti o concentrati su noi stessi da adottare un atteggiamento superficiale nei rapporti. Ce ne accorgiamo quando ci sentiamo soli nell’affrontare momenti difficili e può accadere di non trovare attorno la disponibilità di cui avremmo bisogno.

Basterebbe invece alimentare questa capacità prima in noi stessi, essere più attenti verso gli altri e sforzarsi di comprenderne i sentimenti altrui per un sostegno reciproco, instaurando, in questo modo, rapporti umani autentici che fanno stare bene gli altri e noi stessi.

 

Ornella Maggio

Bibliografia

Goleman, D., Intelligenza emotiva, Bur Saggi, Milano, 1996

Rizzolati, G., Vozza, L., Nella mente degli altri. Neuroni a specchio e comportamento sociale, Zanichelli, Bologna, 2006

 

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