Il sacrificio nella Mesoamerica precoloniale. Brutalità come espressione dell’identità o come strumento di controllo?

 

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In ogni discorso che riguarda le grandi civiltà precolombiane, in particolare quelle mesoamericane (Aztechi, Maya, ma anche Olmechi e Toltechi), tutti gli aspetti che vengono alla luce, dalla maestosa architettura dei grandi templi all’elaborato sistema cosmologico e al forte legame con le divinità, dalla complessa stratificazione sociale fino al grande apparato bellico e alla spietatezza contro i nemici, riconducono inevitabilmente a un unico, fondamentale e per certi versi inquietante elemento: il sacrificio umano.
Di fatto l’immagine degli Aztechi1 che si è andata sedimentando nella cultura occidentale richiama fortemente la pratica dei sacrifici umani, al punto tale da risultare oggi uno dei tratti distintivi fondamentali di quella civiltà. Nondimeno, sostiene Carrasco, il sacrificio umano è l’aspetto della cultura azteca che ha creato maggiore confusione e controversie (cfr. Carrasco 2012).

Schiere di storici, antropologi, archeologi e storici delle religioni si sono cimentate, nel corso del tempo, in molteplici interpretazioni e spiegazioni dell’istituto del sacrificio mesoamericano. Si va dall’ipotesi che fa leva sulla stretta connessione di questa pratica con la visione del mondo e con la prassi rituale di queste civiltà (il sacrificio viene qui inteso come veicolo per la comunicazione con gli dèi) all’ipotesi, più pragmatica, del sacrificio umano connesso all’antropofagia come mezzo di sostentamento per una società (in realtà solo per la sua componente aristocratica) la cui dieta era ricca di proteine vegetali, ma assai scarsa in quanto a proteine animali. In ogni caso, fin dai primi contatti con i colonizzatori e i missionari europei, ogni rappresentazione delle civiltà dell’area mesoamericana ha ruotato intorno all’immagine del sacrificio, finendo per trasmettere l’idea di uomini crudeli e spietati, capaci di compiere le più efferate brutalità; ed è «con la zavorra di questi fenomeni – antropofagia e sacrifico –, emblematicamente eletti dai conquistatori europei e dalle élite creole quali vessilli dell’indianità pre-coloniale, che per secoli hanno dovuto confrontarsi e scontrarsi le masse indigene discendenti dai responsabili (spesso solo presunti) di quelle pratiche, ogniqualvolta hanno cercato di conquistare il minimo di autonomia necessaria a determinare o anche solo influenzare la propria rappresentazione» [Lupo 2009: 280].

Tali pratiche, che furono fin dall’inizio misurate con il metro dei modelli teologico-liturgici cristiani, risultavano troppo distanti, anzi addirittura opposte ai valori di cui era portatrice la società coloniale che si era impiantata nel territorio americano. Oltretutto, già i frati missionari più vicini alle istanze dei diritti indigeni, come Bartolomé de las Casas e Juan Ginés de Sepulveda, denunciarono l’«uso strumentale che le potenze coloniali facevano dei “costumi barbari, idolatrici e crudeli” degli amerindiani per legittimare le proprie pretese di controllo politico e sfruttamento economico su società altrimenti libere» [Ibidem].
Il sacrificio divenne così l’elemento che marcava quell’inferiorità spirituale, così tanto acclamata dai primi evangelizzatori, contro la quale il Cristianesimo si proponeva come unica religione salvifica. Infatti, mentre si attribuiva il merito della fine di tutti gli altri sacrifici cruenti dell’antichità, il Cristianesimo decretava l’esclusività del proprio sacrificio eucaristico, che è “incruento, unico e inesauribile”2.

L’uso strumentale del sacrificio mesoamericano, atto screditare concezioni e pratiche di tali, non è circoscritto al periodo coloniale, ma è un fenomeno che si trascina lungo il periodo post-coloniale e quello rivoluzionario con la conseguente formazione degli stati nazionali, fino ad oggi. Una delle più singolari manifestazioni contemporanee di questo atteggiamento è rappresentata dalla realizzazione del film Apocalypto (2006) diretto da Mel Gibson. 10931395_10206642972890991_5653311877022597267_n
Il regista americano si propone di rappresentare la società maya dello Yacatán precoloniale al momento dell’arrivo degli spagnoli nel continente. L’intera rappresentazione fa leva sulla violenza rituale, leitmotiv di una narrazione tesa a costruire l’immagine di una “società impazzita”, spietata, saldamente nelle mani di un’oligarchia manipolatrice che, allo scopo di ingraziarsi le divinità, non esitava a uccidere e sacrificare un gran numero di innocenti, per lo più prigionieri delle tribù circostanti. Oltre a non cogliere gli aspetti più profondi della mortificazione dei corpi presso i maya, gli sceneggiatori mostrano il medesimo atteggiamento di fondo che ispirava le predicazioni e le azioni degli evangelizzatori del XVI secolo. «Lo dimostrano la scelta di enfatizzare, accanto alla cieca violenza dei guerrieri, la cappa di superstizione che incombe sulla loro decadente civiltà urbana e ne ispira costantemente le azioni […]» [Lupo, 2010:178]. I maya sono intesi come un «emblema del destino catastrofico che potrebbe attendere la nostra stessa civiltà, se insistessimo in un percorso che ci sta portando verso la devastazione dell’ambiente e la violenta disgregazione interna, allontanandoci dai valori e dalle verità che soli possono garantire la salvezza (e che per Gibson, si sa, coincidono con quelli del suo cattolicesimo tradizionalista, condito di una moderna sensibilità ecologista)» [Ivi p. 171]. L’immagine dei maya, intesi come emblema del destino catastrofico di una civiltà, viene dunque presa in prestito allo scopo di lanciare un monito etico e morale alla società contemporanea, sprezzante dell’interesse per la salvaguardia dell’ambiente e in preda a una dilagante disgregazione interna.

Così, mentre nel corso della storia potenti e intellettuali hanno utilizzato il tema del sacrificio mesoamericano per i loro più diversi scopi, c’è oggi una grande quantità di persone che si trova a fare i conti con esso. Si tratta degli odierni indigeni mesoamericani, diretti discendenti delle civiltà precolombiane, che non solo vivono una forte esclusione dalle dinamiche della vita sociale negli Stati nazionali in cui sono residenti, ma che vedono anche il loro passato occultato e manipolato dalla società creola e meticcia predominante, determinata a scrollarsi di dosso una “scomoda eredità”. Emblematico è il caso del processo di costruzione dell’identità nazionale messicana, nel quale «gli elementi del passato azteco cui si attinse per designare un retaggio di memorie condivise non comprendessero pressoché nulla dell’antica religione» [Lupo 2009:285].

Lorenzo Sapochetti

Info

 

 

 

1Quella degli Aztechi o Mexica è la civiltà che al momento della Conquista controllava gran parte dell’attuale Messico e a cui questa regione deve il nome.
2Secondo la definizione datane da Giovanni Crisostomo nelle Omelie sulla Lettera agli Ebrei (17.3).

 

Bibliografia

Carrasco D., The Aztecs: A Very Short Introduction, OUP USA, 2012

Lupo A., Il mais nella croce. Pratiche e dinamiche religiose nel Messico indigeno, CISU, 2009

Lupo A., “Apocalypto. Sacrificio, ecologia e potenza degli stereotipi”. In Botta, S., e Prinzivalli, E., (a cura di), Cinema e religioni, Carocci Editore, 2010

Sitografia

http://lagrandebiblioteca.com/moda-e-stile/il-sacrificio-umano-nella-cultura-azteca.php 

http://www.latelanera.com/misteriefolclore/misteriefolclore.asp?id=284 

https://it.wikipedia.org/wiki/Sacrifici_umani_nella_cultura_azteca 

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